05.2006

26.05.2006

Arbitrarietà e norma nella progettazione

Op.cit.

“Nell’insegnamento della progettazione dell’arte, architettura e design esistono due linee seguite correntemente (e forse nel migliore dei casi). Nella prima, il docente dice agli studenti “fate come me”, donde tutta una serie - per restare in architettura - di epigoni minimalisti, postmoderni, decostruzionisti e simili, ossia di tendenze di cui a loro volta gli insegnamenti sono epigoni. Con tutti gli evidenti limiti, questa linea presenta il pregio che il docente si assume una responsabilità, indica comunque una via da seguire. Peggio risulta l’altra direttiva: il “fate come vi pare” che, ipocritamente tinto di apertura e liberalismo, denota in realtà una scettica indifferenza per l’esperienza stessa dell’insegnamento.”
“Arbitrarietà e norma nella progettazione”, di Renato De Fusco, apparso in Op.cit 125 di gennaio 2006.

L’analisi di De Fusco si concentra sul legame parole e cose, iniziando il ragionamento sul significato di arbitrario: quando si agisce a piacere; quando si escludono le regole; quando si opera ‘a sentimento’; quando l’azione si compie secondo motivi irrazionali e via discorrendo. Arbitrario riguarda comunque comportamenti soggettivi.
L’arbitrarietàmnella linguistica diventa immotivazione, in quanto manca il legame motivato tra la parola e la cosa. La maggior parte delle parole che usiamo sono motivate, ed è proprio la motivazione che ne determina uso ed evoluzione. A questo punto DeFusco segna la differenza tra i codici e i linguaggi: nei codici, i nuovi termini sono dati con la propria definizione (nascono convenzionali); nei linguaggi la convenzione invece, non è mai esplicita: il senso del termine nuovo è implicito nella situazione. Per giungere alla convenzione, la parola dovrà essere riconosciuta, accettata e ripetuta.
Ecco, ribadisco il rapporto codice-definizione e linguaggio-situazione, perché ci permette di capire quanto sia fondamentale la motivazione nel segno linguistico e quindi di fare un passo in avanti giungendo ad affermare che tale motivazione, debba eclissarsi a beneficio del senso, proprio perché quest’ultimo potrebbe essere alterato. Questo giustificherebbe il fatto che l’arbitrerietà del segno sia condizione del suo buon funzionamento (evoluzione).
Viene citato Guiraud (la semantica, Bompiani , Milano 1966), per spiegare il fatto che le esigenze della funzione semantica (quando la parola è stata creata e motivata), determinano un offuscamento della motivazione etimologica e quindi determinare, con l’eclissamento, una alterazione del senso.
Trasferendo questi ragionamenti nel sistema segno-funzione dell’architettura De Fusco, per rispondere alla domanda su quale sia l’originaria motivazione, evoca i fenomeni mimetico-funzionali: una coppa deriva dall’accostamento delle mani.
Prima di affrontare il prossimo passo vorrei citare Savater (il coraggio di scegliere, Laterza, 2004), che dice: “la vera umanità non inizia con l’antropoide che modella una ciotola dal fango, ma con l’antropoide che decora questa ciotola con un bordo geometrico che non ne migliora in nulla l’utilità ma ne aumenta l’eccellenza”. Questo ‘aumento di eccellenza’ può essere visto come appropriazione, come artificializzazione, cioé si rende umano ciò che faceva parte di una natura diversa.
L’architettura moderna, tornando sulle parole di De Fusco, non imita la natura, se non per quel che c’è di naturale nell’uomo, ma è opera dell’artificio e della cultura umana. Ecco quindi, cambia la natura del referente, cambia perché l’eclissi della funzione a vantaggio del segno è la condizione necessaria affinché il segno stesso sia immotivato o arbitrario e questo ci permette di parlare di architettura come linguaggio.
Per spiegare che il legame tra i segni architettonici e il loro significato è convenzionale, viene citato Brandi: “un monema o, se si vuol essere meno esatti, la parola, non ha come significato la cosa, ma lo schema preconcettuale della cosa; questo concetto tuttavia non è surrogato della cosa o un simulacro della cosa, rappresenta bensì il riassunto gnoseologico della cosa secondo che una determinata società - quella che parla la lingua - l’ha prelevato e sintetizzato dall’esperienza”. Quindi, siccome si ritiene che il significato del segno architettonico sia anche la funzione, si può dire che tali segni hanno come significato la traduzione “gestaltico-spaziale” di quella funzione nei modi in cui si manifesta nell’ambito della civiltà che adotta quel linguaggio stilistico.
Arbitrarietà e funzione sono indispensabili all’architettura, per evitare un’aporia si associano arbitrarietà e norma, quasi fossero due fasi della progettazione: quella “autonoma” caratterizzata da espressività e quella “eteronoma” dettata dal contesto sociale in cui si è immersi.

Dopo le elucubrazioni sull’arbitrarietà, De Fusco affronta la nozione di norma e per farlo, parte dalle condizioni di rifiuto della norma insite nel contemporaneo, per arrivare alla norma come “vincolo” che condiziona la progettazione (condizionamenti che spesso diventano il programma vivo della progettazione). “L’opzione della convenzionalità fondata su norme - rapporto tacitamente accolto da una comunità contro il disordine naturale - costituisce un vincolo contro il potenziale infinito dell’arbitrarietà.”
Cita per concludere Mukarovsky, che distingue la nozione di norma da quella di legge giudicando quest’ultima solo pertinente ai fenomeni di natura (nascita, crescita, morte), in secondo luogo, lo specifico della norma sta nella “pensabilità della sua violazione”. Prosegue evidenziando che se da un lato la norma svolge il suo ruolo moderatore, dall’altro, presenta duttilità che la rende funzionale ad altre esperienze (in architettura vale come guida orientativa), infine Avverte i limiti dell’arbitrarietà e contemporaneamente riceve da quest’ultima il grado della sua flessibilità. De Fusco conclude l’articolo affermando che insegnare e imparare l’architettura si avvalgono di queste due possibilità.

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